AS.TRO ASSOTRATTENIMENTO – GIOACCHINI (Vicepresidente AS.TRO): “Voglia di normalità”

L’ingresso nel Centro Studi della nostra associazione della sociologa- antropologa Dott.ssa Manuela Vinai, oltre a rappresentare per me un motivo di profonda soddisfazione, mi ha indotto ad alcune riflessioni strettamente connesse alla dimensione che vivo come imprenditore del settore del gioco legale.
Dovrebbe essere nella natura di qualsiasi buon imprenditore porsi obiettivi ambiziosi e fare tutto il possibile per raggiungerli, facendo leva sul coraggio e su quello spirito creativo che stanno alla base delle stessa idea di fare impresa. Gli operatori del settore del gioco lecito, mai come ora, devono invece fare i conti con una realtà meno gratificante, in cui il loro orizzonte è – per forza di cose – limitato al raggiungimento di un obiettivo di più corto respiro: la conquista della normalità.

Il tema su cui vorrei soffermarmi, prescinde quindi dall’attuale terribile contesto entro cui siamo tutti costretti, come cittadini e come imprenditori.
I problemi connessi alle attuali restrizioni o all’insufficienza dei c.d. ristori non esauriscono infatti il ventaglio delle problematiche di medio-lungo periodo che riguardano il nostro settore e che continueranno a riguardarlo in assenza di quel cambio di rotta verso la “normalità” che sto appunto auspicando.
Quello che può accadere ad un imprenditore del gioco, tanto più se operante nel Lazio, in Piemonte, in Emilia Romagna o, come me, nelle Marche, dove ci sono legge regionali che inibiscono l’attività di gioco legale con effetti retroattivi (le cui devastanti conseguenze sono già visibili o imminenti), è, ad esempio, qualcosa di molto lontano dal poter essere definito “normale”.

Senza esagerazione: si tratta di un vero e proprio incubo.

Rimettere in moto, con sacrifici enormi, l’attività dopo quasi un anno di fermo completo per motivi legati alla salute dei cittadini (c’è una pandemia in corso, reale e pericolosa, di cui siamo pienamente consapevoli), per poi magari dover richiudere immediatamente per effetto di una legge regionale che stabilisce la chiusura delle attività di gioco – o per effetto di ordinanze comunali che impongono restrizioni orarie insostenibili per qualsiasi attività commerciale – e dover licenziare i propri dipendenti, è un qualcosa che ci proietta proprio in un terrificante scenario che nulla ha a che vedere con ciò che potrebbe “normalmente” accadere in uno Stato ad impronta liberal-democratica.

Ci allontana dalla “normalità” anche il sentirci raffigurati come un’accolita di loschi figuri impegnati a gestire i propri affari nel favore delle tenebre e all’interno di spazi reconditi, l’essere accusati di essere burattini della criminalità organizzata, se non direttamente dei burattinai, quando invece la stragrande maggioranza degli operatori fa tutto il possibile per arginare quelle poche sacche di illegalità che possono riguardare il nostro settore come tutti i settori industriali del paese. Su questo argomento si sconfina addirittura nel paradosso, visto che sono proprio gli operatori illegali (attraverso pratiche di vera e propria concorrenza sleale, attuata operando in sfregio delle regole e sfuggendo all’imposizione fiscale) che stanno approfittando degli spazi lasciati liberi dalle politiche mirate alla soppressione del gioco legale, come confermato dal Procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho, che ha di recente dichiarato in un’intervista rilasciata al settimanale L’Espresso che: “E’ necessario incrementare il gioco legale per sottrarre risorse alla criminalità organizzata e monitorare in modo puntuale tutta la filiera. Molteplici inchieste hanno dimostrato quanto il gioco illegale sia un indotto gestito dalle mafie e dalla ‘ndrangheta; per questo occorre rafforzare la rete di controllo anche online per riuscire a determinare una rete di monitoraggio coordinata”.

Quanto sopra riportato, oltre a confermare una realtà già nota ma di cui molti – ottenebrati dal pregiudizio – preferiscono tacere, testimonia quel tipo di approccio “laico” alla realtà che, se diventasse prevalente anche in ambito politico e mediatico, consentirebbe a qualsiasi operatore del comparto, sia che si tratti di un lavoratore di una gaming hall o dell’amministratore di un grande gruppo aziendale, di non dover provare più imbarazzo nel dichiarare di cosa si occupa e di sentirsi considerato alla stregua di un qualsiasi altro imprenditore (o dipendente) “normale”, se non altro alla pari di quegli imprenditori (e lavoratori) che operano in settori “affini”, come quelli legati alla produzione e al commercio delle sigarette e/o degli alcolici.
Per riuscire a percorrere con successo la strada, al termine della quale potremmo finalmente essere percepiti e, d’altro verso, percepire noi stessi come imprenditori e lavoratori “normali”, abbiamo quindi bisogno del contributo di chi, con competenza e onestà intellettuale, è in grado di osservare la realtà con occhi scevri da pregiudizi.

Per quanto ci compete, noi imprenditori del gioco dovremmo essere capaci di migliorare la nostra capacità di ascolto verso coloro che si approcciano al nostro mondo con spirito “laico”, imparando a confrontarci costruttivamente anche quando i temi di riflessione che ci sottopongono dovessero, a prima vista, apparirci scomodi.
Dal punto di vista di chi scrive, tra gli errori commessi nel corso del tempo dai vari attori della filiera del gioco (comprese alcune associazioni), c’è anche quello di essere stati troppo autoreferenziali e di esserci saputi confrontare solo al nostro interno.
A coronamento di questi ragionamenti, non posso quindi che accogliere con grande favore e soddisfazione l’ingresso nel Centro Studi As.tro della dott.ssa Manuela Vinai.

Ho avuto il piacere e la fortuna di apprezzare personalmente il suo pregevole approccio, basato sul metodo scientifico della “ricerca etnografica”, leggendo il suo libro intitolato “”I Giocatori, etnologia delle sale slot nella provincia italiana“” del quale, tra gli altri, mi ha colpito molto il passaggio in cui la dottoressa riconosce che le sale slot/VLT non sono “luoghi di perdizione” ideati e concepiti per far perdere i freni inibitori agli ingenui giocatori, come qualcuno (che non vi è mai entrato) vuole far credere ma, “come qualsiasi altra offerta di svago e divertimento sono spazi dove dimenticare le preoccupazioni della loro vita quotidiana, staccare temporaneamente la spina, rilassarsi e dove si possono stabilire relazioni umane sincere”. Con la sua ricerca, la dott.ssa Vinai stimola riflessioni più profonde anche sui temi importanti che caratterizzano il dibattito sull’offerta di gioco: “Considerare l’insieme dei giocatori che si incontrano nelle sale slot/VLT come persone affette da una malattia è riduttivo rispetto a un fenomeno vasto che offre varie prospettive di analisi. Non intendo ignorare l’aspetto patologico (nel libro emerge chiaramente la consapevolezza del problema legato al gioco eccessivo da parte degli operatori del gioco) ma sottolineo quanto possa essere proficuo occuparsi anche di una porzione, numericamente molto consistente, di giocatori che frequenta le sale spinta da motivazioni diverse”.

Un’azione competente ed efficace del rinnovato Centro Studi, abbinata alla costante azione di interlocuzione dell’associazione, passando per l’ampliamento della rappresentanza ed il rafforzamento della rappresentatività (il riferimento è alla nuova sezione delle scommesse e dell’on line) rappresentano azioni efficaci per ritrovare quella NORMALITA’ che, indirettamente, ci restituirebbe anche la tanto ricercata “dignità imprenditoriale”.

Un concetto, quest’ultimo, che reclamai con emozione e convinzione nel giugno del 2015 ad un convegno al Boscolo Hotel di Roma. In quel contesto partecipò anche l’onorevole Baretta, in qualità di sottosegretario del MEF, che in quel periodo aveva accettato da poco la delega al gioco ed era prossimo a mettere mani sulla riforma (passando per il difficile accordo con le Regioni).

Nei quasi sei anni (e quasi quattro governi) che sono trascorsi, la situazione è decisamente peggiorata, ma adesso non c’è più tempo da perdere.

Ciò che ci auspichiamo è “solo” normalità, niente di più, niente di meno.

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